
Thiago Motta è l'ultima vittima del Guardiolismo: per essere grandi allenatori non basta una carriera da top player
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Il tema è molto ampio e va oltre il rendimento, i piazzamenti, i trofei. Allenare è una questione di feeling, da instaurare con calciatori e dirigenti. Credibilità che va consolidata ogni giorno, per creare la mentalità della squadra. Il grande errore, però, è pensare di rivedere nelle squadre di questi ex campioni, le qualità che loro stessi avevano in campo. Un transfer sbagliato sia per la parte tecnica che per quella umana. È fuorviante sostenere che un allenatore vincerà sicuramente “perché è una grande persona e quindi si farà amare dai suoi giocatori” o perché “era un vincente già da calciatore”. Ora abbiamo sotto gli occhi l’esempio di Thiago Motta, che in campo aveva tutto: tecnica, saggezza tattica, tempi di gioco, agonismo, esperienza in club super esigenti. In una parola, appunto, mentalità. Proprio quella che finora è mancata alla sua Juve. Perché il “sapere” si acquisisce con lo studio, il “saper fare” con le esperienze. Che è meglio affrontare, anche sbagliando, non proprio sotto i riflettori, soprattutto all’inizio. Da un fallimento alla SPAL ci si può rigenerare più facilmente che da un esonero dalla Roma, pur con attenuanti. Prima di Motta e De Rossi infatti ci sono stati Pirlo, Gattuso, in parte Pippo Inzaghi. In giro per il mondo anche Ruud Van Nistelrooy, Steven Gerrard, Frank Lampard, Xavi. Calciatori straordinari, velocemente proiettati in un ruolo che richiede competenze trasversali acquisibili solo con il tempo e lo studio. Allenare significa mettere in campo una squadra ma anche gestire uomini, gruppi e pressioni che sono diverse da quelle di un calciatore. E comunicare tanto e bene: ormai ogni partita porta con sé due conferenze stampa e interviste varie a tv, radio e siti. Se scorrete quella lista di campionissimi qualche riga più su, vedrete che solo poche delle caratteristiche che avevano in campo sono state trasferite alle loro squadre. Vale anche nei casi virtuosi, su tutti quello di Carlo Ancelotti, che da centrocampista era tutt’altro che zen come appare da allenatore.
Oltre i nostri confini colpisce l’esempio di Xavi, che da tecnico del Barcellona ha vinto subito e che altrettanto velocemente ha perso il controllo della situazione. Proprio lui, che per anni aveva guidato con maestria, calma e personalità il centrocampo del Barça e della Spagna. Sempre osservando quei nomi, converrete che quasi tutti hanno avuto troppo presto una panchina Top, bruciando le tappe ma anche buona parte della loro carriera. Perché non hanno avuto il tempo di sbagliare, gestire le criticità e quindi imparare dagli errori. Come ha fatto il Cholo Simeone, sbarcato all’Atletico dopo l’Erasmus calcistico a Catania e dopo titoli, conflitti e dimissioni con quattro club diversi in Argentina. Se il Mancinismo (movimento filosofico su cui, è bene precisarlo, l’ispiratore non ha alcuna responsabilità diretta) fosse stato represso, se l’immagine fresca dell’ex campione non fosse stata sfruttata per inseguire ambiziose rivoluzioni, forse oggi o comunque nel giro di pochi anni avremmo/avremmo avuto più allenatori top, con più esperienza e certezze. Quelle che finora sono mancate a Thiago Motta, che di anni in panchina ne ha già ma è passato troppo velocemente dalla leggerezza di Bologna alla pesantezza del marchio Juve. Col serio rischio di bruciare le velleità sue e di chi lo aveva eletto profeta del nuovo calcio, puntando anche molto sul suo prestigio da calciatore.