Redazione Calciomercato

Como-Napoli, la furia di Conte su Lukaku: "Romelu, non ne teniamo una". Poi il silenzio al gol di Diao
- 20
Mi (ri)spiego: nessuna big quest’anno ha messo in difficoltà il gioco di Fabregas, a Como, come ha fatto il Napoli nel primo tempo. Non ci sono riuscite, pur vincendo, Milan, Atalanta, né tanto meno la Juve, anzi. E il Napoli l’ha fatto dovendo anche reagire a un imprevisto grande quanto il Lago accanto allo Stadio: l’autogol di Rrahmani. Che poi a ben vedere, forse la reazione nasce proprio da lì, considerato che in tanti, dopo il pareggio di Raspadori vanno a dare una pacca proprio al difensore colpevole dell’1-0.
Certo a vedere e sentire Conte, nel primo tempo il Napoli avrebbe potuto forse costruire di più a sinistra, cosa che l’allenatore grida a Buongiorno praticamente per tutti i primi 45’, dicendogli che “Ale devi darla prima” perché “qui sei sempre solo”. Ma al di là di questo, considerato le assenze di Neres per infortunio e Anguissa, per scelta tecnica vista la diffida, la prima parte del Napoli è di spessore, nonostante Lukaku.
L’attaccante belga merita un discorso a parte: da subito Conte vorrebbe da lui qualcosa in più. Dopo pochi minuti, ai suoi, il mister dice: “ha già fatto due fuorigioco”, prima di riprenderlo con un paio di urlacci per mancati movimenti. Ed effettivamente di movimento ce n’è stato poco: a Como Lukaku gioca 62’, toccando la palla in totale 8 volte, con 6 passaggi tentati. Numeri impietosi, che seguono: solamente contro l’Empoli quest’anno era stato sostituito prima, in più lascia il campo con i dati di corsa peggiori della squadra. Riassumendo: a Como nessuno ha corso meno di lui. Eppure nel secondo tempo, con la squadra in difficoltà, Conte aveva anche provato a pungolarlo: “Dai Romelu, non ne teniamo una”.
Basterebbe questo inciso a riassumere la seconda metà del Napoli, che è stata un inesorabile indietreggiare e un lento spegnersi: la squadra si è, minuto dopo minuto, sempre più aggrappata alle ripartenze, andando in realtà anche vicino a segnare, con McTominay, ma consegnando definitivamente la partita al Como.
Che la squadra avesse qualcosa in meno, Conte l’aveva notato subito, tanto che appena ricomincia la partita, al solito richiamo al pressing, l’allenatore aggiunge: “andiamo sempre lenti”. Per diversi minuti prova a pretendere che la squadra torni a giocare come nel primo tempo, gestendo meglio la palla. Ma niente. Conte gira la chiave, ma la macchina non parte: fa un po’ di rumore, come le occasioni ancora di McTominay e Anguissa, ma poi si arrende anche lui.
E si arrende appena dopo il gol di Diao. Nel momento in cui Lobotka perde palla a centrocampo, Conte si mette le mani nei capelli, come sapesse già il futuro di quell’azione. E se all’autogol aveva reagito applaudendo i suoi e gridando il suo tipico “FORZA”, al 2-1 l’allenatore del Napoli rimane in silenzio. Ci rimane più di un minuto, più di due e più di tre, come se in cuor suo avesse capito che sta volta la squadra, per reagire non ne ha, impantanata nella rete di Fabregas.
Ecco se dovessi dire cosa mi colpisce di Fabregas in panchina, direi tutta la sua catalana picardìa. Poche lingue come lo spagnolo sono in grado di riassumere in una sola parola, tante sfumature: la picardìa comprende malizia, furbizia, astuzia e anche un po’ di arrogante presunzione. Fabregas in panchina è anche tutto questo. Lo è quando a 15’ dalla fine mette Cutrone a correre ovunque, per stirare i difensori del Napoli e dare spazio a Nico Paz. Ma lo è ancor prima, a inizio partita, quando a Diao fa segno di tirare fuori gli attributi e non subire le braccia larghe (mimando la gomitata) dei saltatori del Napoli. O quando per un paio di rimesse, in due momenti diversi, si scaglia prima contro il IV uomo, cui chiede “umiltà, umiltà eh” nel parlare a giocatori e tesserati e poi contro Manganiello, prima di porgergli la mano, dopo il giallo inevitabile, insieme a un: “Rispetto per il Como eh”.
Per Nico Paz la parola la devo ancora trovare, perché a quella picardìa che ogni giorno di più Cesc gli trasmette, aggiunge un fisico che sposta. Nico Paz è forte, Nico Paz è quel giocatore che ti porta allo stadio. Che porta lo stadio a intonare il suo nome di battesimo una volta che lascia il campo. Come fosse un piccolo Messi di provincia, come fosse un po’ di tutti: NICO-NICO-NICO.
PAZIÒN. Eccola la parola.
Tutti gli AGGIORNAMENTI in TEMPO REALE! Unisciti al canale WHATSAPP DI CALCIOMERCATO.COM: clicca qui
Commenti
(20)Scrivi il tuo commento
Gran lavoro di Conte al Napoli, la società non all'altezza. Vendi Kvra e non prendi nessuno? Gli...