“La verità è che sono stato male. Ho tagliato anche i capelli, il mio fisico era sotto choc”. Con questa battuta, Zlatan Ibrahimovic è riapparso in pubblico, intervenendo a DAZN prima della partita contro il Napoli. "Parlando seriamente, ho preso un virus che mi ha fatto perdere 3 kg. Ma adesso sto meglio e sono presente per aiutare tutti in campo e fuori, come prima”, ha aggiunto. Dopo tre settimane di silenzio e assenza, lo svedese è tornato a prendersi la scena rispondendo al mittente le accuse di un’assenza dovuta a degli attriti con il CEO Giorgio Furlani: “Falsità, ci sentiamo tutti i giorni”.
VALORE SIMBOLICO - Le parole di Ibrahimovic nel pre-gara non sono servite per dare una scossa alla squadra, sconfitta meritatamente dal Napoli al Maradona per 2-1, ma
hanno comunque un valore simbolico importante. Nel momento più delicato, Zlatan ci ha messo nuovamente la faccia, non si è sottratto alle domande. Anche quelle giornalisticamente giuste dei colleghi di
DAZN ma comunque non comode.
Un segnale di come lui al Milan non voglia rinunciare nonostante ci sia in atto una piccola rivoluzione a livello dirigenziale che vede Furlani sempre più al timone di comando e il prossimo ingresso di un direttore sportivo di spessore ed esperienza internazionale come Fabio Paratici, in pole abbastanza solitaria rispetto alla concorrenza.
MILAN, I CHIARI SEGNALI MANDATI DA PARATICI
CHIAREZZA SUL RUOLO - Nel corso di questa stagione Ibrahimovic si è fatto in quattro: a volte direttore sportivo, altre direttore generale, in linea di massima advisor del club e anche estensione della proprietà in Italia, con una supervisione di tutte le componenti, dall’area commerciale a quella sportiva.
Adesso si tratta di capire quello che sarà il nuovo assetto con il conseguente ruolo di Ibrahimovic, che difficilmente accetterà di essere solamente un consigliere del club rossonero. E proprio gli errori commessi in questa stagione hanno certificato la necessità per il Milan di snellire la struttura dirigenziale, dove il sistema a quattro teste talvolta ha generato confusione. Perché lavorare in team è un
must delle proprietà americane ma poi nel calcio, specialmente quello italiano, funziona tutto in modo molto diverso.
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Commenti
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Intanto quando serve è sempre a metterci la faccia a distinzione di altri che non lo fanno.